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Dossier sulla disuguaglianza e povertà economica - Studio Luca MAGRINI & Partners

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Dossier sulla disuguaglianza e povertà economica

MEDIATICA

INTRO

Lo studio della disuguaglianza economica è indubbiamente materia sofisticata; viene studiata, infatti, sulla base del reddito (pro-capite, disponibile, equivalente), della ricchezza o, al contrario, della povertà (relativa, assoluta), o infine impiegando indici economici (coefficiente di Gini).
I dati utilizzati possono provenire da fonti ufficiali, come i dati di contabilità nazionale o fiscali, oppure da specifiche indagini campionarie, anche molto estese e accurate, rappresentative della popolazione residente in ciascuna Nazione. Ancora, scelti gli indicatori, si può studiarne le dinamiche a livello nazionale comparando la distribuzione interna tra le varie regioni, le classi sociali e l’età, oppure a livello internazionale comparando la distribuzione della ricchezza tra le Nazioni.
Ciascuna di queste scelte, gli indicatori di reddito, di ricchezza e di povertà, così come la prospettiva di ricerca, possono andare incontro a criticità. Ad esempio, studiare l’evoluzione della disuguaglianza a livello mondiale significa inevitabilmente soffrire di problemi di copertura delle informazioni, perché talune nazioni non sono monitorate e, a seconda del periodo considerato, l’insieme di nazioni per cui si dispone dei dati può essere mutevole, per ragioni storiche (ad esempio l’URSS che si sbriciola in 15 nazioni) o, più semplicemente, per mancata sincronizzazione dell’aggiornamento dei dati da parte dei governi nazionali.
Per queste ragioni, ogni qual volta sono presentati dati o elaborazioni (altrui o originali), vengono sempre esplicitate le fonti, precisando che viene esaminato il periodo 2003/2005-2017, il quale, seppur breve in ambito statistico, offre ampi spunti per valutare l’incidenza politica sulle dinamiche economiche.

L'analisi proposta in focus, è strutturata in più argomenti ed esattamente:

  • la disuguaglianza economica, studiata ricorrendo al Coefficiente di Gini. In particolare, tratta la definizione del Coefficiente, l’ambito di applicazione, la disuguaglianza a livello mondiale e sul suolo italiano, nonchè la valutazione di strumenti per attenuarne l’incidenza.

  • valutazione del rischio di povertà e la concentrazione della ricchezza in Italia. In particolare, e presentata la dinamica dei due gruppi che occupano le posizioni estreme nella distribuzione dei redditi: i super ricchi e i poveri assoluti.

  • individuare le responsabilità politiche che hanno determinato la situazione in esame, esaminando quante e quali coalizioni politiche hanno governato l’Italia negli ultimi diciassette anni.

  • andamento della povertà relativa e della povertà assoluta durante il periodo in esame.

  • Conclusioni.


P
artendo dall’assioma che ≪i numeri non mentono≫, nessuna conclusione che ne tiene conto puo essere definita soggettiva, pertanto se i numeri riguardano per giunta gli stessi valori determinati da piu indagini, il margine d’errore diviene esiguo, ovvero i dati sono affidabili.

Step_1 - IL COEFFICIENTE DI GINI, sue applicazioni ed effetti

Il Coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini (1884-1965), e una misura della disuguaglianza di una distribuzione ed è impiegato come indice di concentrazione per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito (PIL) o della ricchezza di una data Nazione.
Viene espresso con un numero compreso tra 0 ed 1.
Valori bassi del Coefficiente, indicano distribuzioni abbastanza omogenee mentre il valore 0 corrisponde alla esatta equidistribuzione, ovvero alla situazione in cui tutti i cittadini di una data Nazione percepiscono esattamente lo stesso reddito;
valori elevati del Coefficiente indicano distribuzioni disomogenee, pertanto con il valore 1 si indica la massima concentrazione, ovvero la situazione dove un cittadino percepisce l’intero reddito della Nazione, mentre tutti gli altri hanno reddito pressochè nullo.
Il Coefficiente di Gini può essere espresso anche in base cento (valore tra 0 e 100), rendendo così piu comprensibile la sua visualizzazione grafica e gli andamenti di crescita o decrescita.
Il Coefficiente di Gini è, in definitiva, un macroindice per misurare l’equidistribuzione della ricchezza di una Nazione, riconosciuto a livello globale quale strumento idoneo per seguire le dinamiche di distribuzione del patrimonio economico (o ricchezza) e del reddito, fra gli individui di una data popolazione.
Tale Coefficiente è utile per rendersi conto velocemente di come è ridistribuita la ricchezza (o capitale) in una data Nazione, ovvero del grado di disuguaglianza fra gli individui di una data Nazione.
Il Coefficiente di Gini si basa sui dati macroeconomici elaborati e diffusi da organismi nazionali (ISTAT) ed internazionali (OCSE, Eurostat) di studi economici e statistica.

Mappa analitica nel mondo


Nel 2016 il Buffett Institute for Global Studies
ha elaborato una mappa mondiale basata sul Coefficiente di Gini, nella quale appare la situazione della disuguaglianza economica fra le Nazioni.




In Europa, la maggior equidistribuzione della ricchezza è attuata in Scandinavia, Germania e in alcune Nazioni dell’Est europeo (Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca), con un Coefficiente di Gini compreso tra lo 0,25 e lo 0,30.
La forza dell’economia tedesca e il sistema di welfare in vigore nei Paesi Nordici, sono i fattori determinanti dell’equa ridistribuzione del reddito.
Nel resto del mondo, l’unica grande potenza ad avere un Coefficiente di concentrazione cosi basso è il Giappone.
Al contrario, le Nazioni col più alto Coefficiente di concentrazione della ricchezza sono Bolivia e Colombia in Sud America, e Namibia, Gambia e Sud Africa in Africa, con valori attestati sullo 0,66.
Stati Uniti e Russia rientrano nello stesso alto Coefficiente di concentrazione (0,40-0,45), come pure la Cina non si allontana troppo dallo 0,50.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, l’istituto non e riuscito ad ottenere dati attendibili in quasi tutta la Penisola Araba, escludendo quindi dalla mappa Nazioni come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi Uniti, dove è comunque nota l’alta concertazione della ricchezza in mano a pochi Sceicchi.


STEP_2 - Andamento della disuguaglianza economica nel mondo

Il World Inequality Report 2018 (Rapporto sulla disuguaglianza nel mondo 2018) evidenzia come vi sia una forte disuguaglianza di distribuzione non solo fra Nazioni della stessa area geografica, ma fra regione e regione della stessa Nazione.

Esaminando le diverse quote di ricchezza possedute dal 10% della popolazione più ricca nelle varie Nazioni si ottiene questo quadro: il 10% più ricco della popolazione possiede il 37% della ricchezza in Europa, il 47% in Nord America, il 46% in Russia, il 41% in Cina, il 55% della ricchezza in India, Brasile e Africa sub-sahariana, addirittura il 61% in Medio Oriente.
Nell’ultimo ventennio la disuguaglianza nel mondo è cresciuta praticamente ovunque, in modo particolare in Nord America, Cina, Russia e India, molto più moderata invece la crescita in Europa.

Secondo lo stesso rapporto, una delle più rilevanti cause dell’aumento delle disuguaglianze è il passaggio della ricchezza pubblica in mani private, negli ultimi venti anni, vi e stata una forte spinta alla privatizzazione del patrimonio statale e questo avrebbe portato una diminuzione di risorse in mano ai governi per combattere le criticità che portano alla disuguaglianza.
Particolarmente illuminante e il confronto tra Europa Occidentale e Stati Uniti, in entrambi i casi l’1% più ricco della popolazione possedeva il 10% della ricchezza nel 1980, ma ora la situazione e molto diversa, mentre in Europa la percentuale e cresciuta di poco, arrivando al 12%, negli Stati Uniti la percentuale di ricchezza posseduta e raddoppiata, arrivando al 20%.
A cosa e dovuta questa diversa evoluzione? Secondo i curatori del Report, gli Stati Uniti combinano grandi disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e un sistema fiscale poco progressivo, che impatta più sui poveri che sui ricchi.
In Europa, invece, la tassazione è progressiva e, dove meglio dove peggio, il sistema welfare riesce a riequilibrare le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e nell’integrazione ai redditi più bassi.

Gli eccessivi squilibri possono causare l’aumento del debito pubblico, una compressione dei consumi da parte delle fasce di popolazione più povere ed una conseguente diminuzione delle retribuzioni, le disuguaglianze economiche sono inoltre fonte di risentimento sociale in chi si sente ingiustamente sfavorito nella distribuzione della ricchezza.
Per limitare questi effetti, il Report presenta alcuni strumenti per contrastare le disuguaglianze proposti in diversi studi economici realizzati negli ultimi anni: sistema progressivo per il pagamento delle tasse, tassazione più gravosa per le rendite finanziarie, miglioramento nell’accesso all’istruzione, incremento nell’offerta di servizi pubblici e adozione di un salario minimo garantito.
Si tratta di strumenti che richiedono un deciso intervento pubblico, che se da un lato è sgradito a chi detiene il potere economico-finanziario (e la ricchezza), dall’altro è difficile da attuare in un contesto di scarsità di risorse pubbliche e di limitazioni poste alla spesa pubblica.


STEP_3 - La disuguaglianza economica in Italia


A livello globale, l’Italia fa meglio di Nazioni come Stati Uniti e Australia, ma a livello europeo la situazione e molto differente, con l’Italia che occupa la 20° posizione su 28, con un Coefficiente di Gini pari a 0,331 (33,1 in base cento). Questo il confronto con gli altri Paesi europei (Coefficiente di Gini espresso in centesimi).



Nell’ultimo ventennio, il Coefficiente di Gini in Italia ha toccato il suo punto più di basso nel 2001, quando era a 0,299, indice di una Nazione piu egualitaria. Da allora ha continuato a salire, seppur con fasi alterne, fino allo 0,331 del 2016, dato fra i più alti degli ultimi venti anni
.
Secondo il Rapporto sulla disuguaglianza economica in Italia (2018), curato da Oxfam Italia (Oxford committee for Famine Relief), questa e la situazione della distribuzione della ricchezza in Italia al 2017.



In pratica, il 40% più ricco della popolazione italiana detiene l’85% e rotti della ricchezza e il restante 60% più povero il 15%. I 14 miliardari più ricchi d’Italia possiedono quanto il 30% più povero della popolazione.
Il già citato World Inequality Report 2018 dedica una finestra all’Italia, evidenziando come nell’ultimo ventennio il 10% più ricco della popolazione italiana ha aumentato la quota di ricchezza detenuta dal 40 al 55%; l’1% più ricco della popolazione l’ha aumentata dal 15 al 20% della ricchezza totale.
L’economista Salvatore Morelli, curatore della parte dedicata all’Italia nel Report insieme a Paolo Acciari e Facundo Alvaredo, si esprime cosi:

L’Italia è uno dei Paesi dove il rapporto tra ricchezza aggregata totale e il totale dei redditi prodotti ogni anno è tra i più elevati al mondo, una delle nazioni a più elevata intensità capitalistica, dove la ricchezza vale molto più del reddito. [...] Si accresce sempre di più il peso della ricchezza ereditata, della trasmissione dinastica patrimoniale, rispetto alla generazione di reddito. Una situazione dove, come è stato detto, il passato divora il futuro .

Il patrimonio conta più del reddito, ciò che si eredita più di ciò che si produce.
Ad aggravare la situazione, il dato secondo cui l’Italia e uno dei Paesi europei più attivi sul fronte delle privatizzazioni. Ad alleviarla, alcune misure di welfare che – nonostante tutto – ancora tengono e quel bene-rifugio che per molti italiani e la casa di proprietà.


STEP_4 - Il Coefficiente di Gini in Italia


L’ultima edizione dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane diffusa dalla Banca d’Italia, riferita al 2016, riporta poche ma illuminanti pagine.
È aumentato del 3,5%
«dopo essere pressoché ininterrottamente caduto dal 2006 (p.1) il reddito medio equivalente delle famiglie rispetto al 2014 (anno della precedente indagine), ma mancano ancora 11 punti percentuali per tornare al picco del 2006, ossia al periodo pre-crisi.
È cresciuta la disuguaglianza
, tornata in prossimità dei livelli prevalenti alla fine degli anni Novanta. (p.1)
È aumentato il numero di persone a rischio povertà
, la cui soglia nel 2016 e stata fissata a 830,00 euro di entrate mensili.
In questa condizione si trova il 23% della popolazione italiana,
un livello molto elevato, (p.1) addirittura più alto rispetto alla fine degli anni Novanta dello scorso secolo.
Vediamo in dettaglio per l’Italia l’andamento del Coefficiente di Gini.







L’Italia unita inizia il suo percorso di Nazione; la concentrazione della ricchezza è forte, con esteso latifondismo, più accentuato nel Sud-Italia.
Il Coefficiente di Gini si attesta a 50,4; a fine secolo scende a 48,5 (Diagramma A/1).
Nel secondo dopo guerra scende ulteriormente a 41,6 (Diagramma B/2).
Cosi si presenta il Paese alla nascente Repubblica, l’andamento verso una più equa distribuzione della ricchezza prosegue, portandosi a 33,3 (Diagramma C/3).
Il nuovo millennio inizia con un confortante 29,9 dato mai più conseguito nei successivi sedici anni.
Il Coefficiente raggiunge il picco con 35,1 nel 2004 e non scende mai sotto 32,0 per tutto il periodo, portandosi a 33,4 nel 2017, uno dei peggiori registrato nell’arco temporale 2001-2017 (Diagramma D/4).


STEP_5
RISCHIO DI POVERTÀ E CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA IN ITALIA

Problema generazionale

Dalla tabella sull’incidenza degli individui a rischio povertà per caratteristiche del Capofamiglia tratta dalla citata indagine di Bankitalia, si evidenzia come questo rischio sia più alto tra le famiglie con Capofamiglia più giovane e nato all’estero e fra le famiglie residenti nel Mezzogiorno, mentre è più basso per i nuclei il cui Capofamiglia ha più di 65 anni o e pensionato.
Il confronto col 2006 rivela che il rischio di povertà è cresciuto in tutte le classi anagrafiche tranne che per gli over 65, i quali hanno visto migliorare la loro condizione.
Particolarmente preoccupante è l’incremento registrato nella fascia dei 35-45enni (+11,4%).


Sale il rischio al Nord e al Centro mentre cala al Sud, dove pero – al di la della lievissima variazione in recupero (-0,1%) – la percentuale resta molto elevata (più di un terzo e a rischio povertà). Quanto alle professioni, le cose vanno un po’ meglio solo per i pensionati.

Il reddito cresce, ma in modo disomogeneo
Il reddito annuo familiare, secondo l’indagine, nel 2016 ammontava in media a 30.700 euro (al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali), in linea con l’indagine precedente (30.600 euro nel 2014), mentre e aumentato in modo più significativo, per la prima volta dall’inizio della crisi, il reddito medio equivalente (calcolato secondo un metodo che rende equivalenti i redditi di famiglie di diversa ampiezza e composizione).
In aumento la quota di famiglie che hanno dichiarato di essere riuscite a risparmiare, mentre e calato il numero di quelle che hanno detto di arrivare a fine mese con fatica. Ma – qui sta l’inghippo – la crescita del reddito equivalente reale e disomogenea: le famiglie con lavoratori dipendenti se la sono cavata meglio rispetto agli altri.


STEP_6
Italia più divisa

Due grafici tratti dall’indagine di Bankitalia mostrano come la disuguaglianza della distribuzione e aumentata dal lato sia del reddito che della ricchezza. Nel primo grafico proposto si vede come il Coefficiente di Gini del reddito equivalente nel 2016 sia salito al 33,5% (era del 33,1% nel 2012 e del 32,9% nel 2014). E si vede anche bene come, nei 10 anni precedenti, che sono seguiti alla crisi globale, il livello della disuguaglianza sia aumentato dell’1,5%. Un incremento che, come fanno notare gli autori dell’indagine, ha riportato il nostro Paese in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni Novanta.

In questo secondo grafico, si nota come nel 2016 la disuguaglianza sia aumentata anche sul fronte della ricchezza netta delle famiglie, dopo il picco del 2012 e il calo registrato in seguito.


Ricchezza asimmetrica
Sempre a proposito di ricchezza delle famiglie italiane, un altro dato interessante e il suo valore medio (ossia la somma di tutte le ricchezze ripartita per il numero delle famiglie) e dal valore mediano (quello che si colloca esattamente nel mezzo fra i due estremi): nel 2016, a fronte di una ricchezza media di 206.000 euro, il valore mediano – che quindi segnava lo spartiacque tra la meta più povera e la meta più ricca delle famiglie – era pari a 126.000 euro, dunque significativamente più basso, riflettendo cosi la forte asimmetria della distribuzione. (Bankitalia p.4)

Chiudiamo con tre dati che offrono una sintesi della situazione aggiornata al 2016:

  • il 30% più povero delle famiglie detiene in media una ricchezza netta pro-capite pari a circa 6.500 euro e l’1% del patrimonio complessivo; e il 75% di queste famiglie sono anche a rischio povertà;

  • il 30% più ricco delle famiglie possiede circa il 75% del patrimonio complessivo rilevato e la ricchezza netta media di questo 30% e pari a 510.000 euro;

  • il 5% più ricco del 30% più ricco detiene il 40% del patrimonio complessivo, vantando in media una ricchezza netta pari a 510.000 euro.


Grado di disagio economico basato sulla ricchezza e sul reddito

L’indagine di Bankitalia chiude con i dati riguardanti il rischio di poverta. Il benessere materiale di una famiglia e solitamente associato al reddito equivalente complessivamente percepito in un anno.


Sono considerate a rischio di povertà le persone con un reddito al di sotto di una soglia ritenuta socialmente accettabile, convenzionalmente posta al 60% del reddito equivalente mediano. Questa definizione non considera pero le altre risorse finanziarie cui la famiglia può attingere per soddisfare le proprie esigenze: tra gli altri motivi, le famiglie accumulano ricchezza per far fronte a eventi, attesi o inattesi, che comportino riduzioni del reddito familiare, come ad esempio la perdita dell’impiego o l’insorgere di malattie gravi.
Per misurare l’incapacità di fronteggiare brevi periodi di difficolta economica, sono definite
finanziariamente povere quelle famiglie che detengono una ricchezza, in attività finanziarie più facilmente liquidabili, inferiore a un quarto (1/4) della soglia che individua il rischio di povertà (60% del reddito equivalente mediano). In altre parole, una famiglia e finanziariamente povera se, anche liquidando tutte le attività finanziarie immediatamente disponibili, non ha risorse sufficienti per evitare il rischio di povertà per almeno tre mesi.
Nel 2016, si trovava in questa condizione di vulnerabilità il 44% della popolazione, una quota decisamente superiore a quella registrata nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale, ma in calo dal picco del 2012 (Figura A). La condizione di povertà finanziaria e più concentrata tra le persone a rischio di povertà (di reddito):
circa l’85% delle persone con reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano non dispone di attività finanziarie sufficienti in caso di necessita. E tuttavia finanziariamente povero anche poco meno del 33% del complesso delle persone con reddito equivalente al di sopra di questa soglia e circa il 15% di quelle con reddito equivalente nel quarto più alto della distribuzione. Con l’avvio della crisi finanziaria, l’incidenza della povertà finanziaria e cresciuta più rapidamente di quella del rischio di povertà (di reddito). Ne e discesa una crescita rapida della quota di persone che ricadono in entrambe le condizioni, passando dal 15% del 2006 a quasi il 20% del 2016, dopo la sostanziale stabilita nei 10 anni precedenti. Gli effetti della prolungata crisi economico-finanziaria appaiono quindi assai più pesanti quando si considerano insieme il reddito e la ricchezza.

STEP_7
CHI HA GOVERNATO L’ITALIA NEGLI ULTIMI DICIASSETTE ANNI?
Presidenti del consiglio dei ministri della Repubblica italiana • 2001-2018


La Costituzione Italiana (artt. 92-93-94-95-96) non fissa limiti per la durata del governo, che dunque in linea teorica potrebbe rimanere in carica in eterno. Il governo, infatti, rimane in carica finche ha la fiducia del Parlamento e il rinnovo delle Camere non comporta alcun effetto su di esso.


A discapito di quanto premesso, dei 64 governi in carica dal 1946 nessuno ha raggiunto i quattro anni: il piu longevo e stato il governo Berlusconi II, in carica per 3 anni, 10 mesi e 12 giorni (1.412 giorni). A seguire: il governo Berlusconi IV con 1.287 giorni; e in quarta posizione il governo Renzi con 1.287 giorni.

Le coalizioni che hanno sostenuto i governi


Ben distinte sono le coalizioni del periodo in esame, ma solo fino al 2011. Poi e il caos. Berlusconi e coinvolto in scandali sessuali e inchieste giudiziarie, risultando sempre meno affidabile agli occhi dei mercati finanziari e dei partner europei. Lo spread sale a livelli mai visti prima (550, quando normalmente si attesta a 200); ma il peggio si abbatte sul governo Berlusconi IV al rientro dalle ferie, quando va incontro al fallimento della politica economica. Il DEF non passa, nemmeno con la fiducia in gioco. Il 16 novembre 2011 Berlusconi e costretto a dimettersi.
I successivi due governi – quelli di Monti e di Letta - sono appoggiati da uno schieramento definito Grande Coalizione, composto da quasi tutto l’arco parlamentare. Sono 829 giorni particolarmente difficili: spread elevato (Mondi a 500, Letta a 420), provvedimenti approvati a colpi di fiducia, finanziarie risicate e tanti scontri alle Camere, non sempre e non solo politici. In ogni modo, tutti i provvedimenti hanno avuto i voti dei due maggiori partiti (PD e PdL), fino a non poter distinguere le differenze politiche e programmatiche fra l’uno e l’altro. E tanto che Beppe Grillo, deus ex machina del Movimento Cinque Stelle, giunge a coniare il motto ≪PDL e PD meno L≫. Per questi motivi, l’intero periodo e stato imputato nel computo del Centro Sinistra.
Altro esecutivo con maggioranza
poco chiara e il Governo Renzi. Il 15 novembre 2013, il fuoriuscito dal PdL Angelino Alfano, aveva fondato il Nuovo Centro Destra (NCD) dando inizio alla stagione delle larghe intese, in pratica appoggiando tutti i successivi governi definiti di Centro Sinistra (Letta, Renzi, Gentiloni). Poco chiara per un motivo ben preciso: il PD ha problemi interni, con incessanti defezioni, forti ribellioni, abbondanti emorragie; ebbene, ad ogni diserzione dal PD che va ad ingrossare il Gruppo Misto corrisponde una veloce ed uguale defezione da FI (Forza Italia) per passare al NCD o ad altra formazione politica con uguali intenti; e dunque attuata ad hoc per appoggiare il governo Renzi in eterna difficolta. Figurarsi che viene accolto a braccia aperte pure il pluri-indagato-condannato Denis Verdini (fautore del Patto del Nazzareno), che il 29 luglio 2015 fonda ALA (Alleanza Liberalpopolare-Autonomie) proprio per sostenere l’esecutivo di Renzi.


Stessa strategia adottata per far galleggiare il governo Gentiloni: larghe intese in ogni dove, ma con l’acqua al collo fino ad annegare nella più sconsolante inerzia. Gli ultimi due esecutivi (Renzi, Gentiloni), pero, sono riusciti a fare qualcosa:
hanno aumentato il debito pubblico di oltre 190 miliardi di euro
(dai 2.137.320.000.000 di euro del 2014 ai 2.327.381.000.000 di euro del maggio 2018). Includendo anche il governo Letta hanno raggiunto l’astronomica cifra di 257 miliardi di euro in cinque anni (dal maggio 2013 al maggio 2018). In termini percentuali si tratta del 12,4% in soli cinque anni.

E li chiamavano grandi statisti!


STEP_8
POVERTÀ RELATIVA E ASSOLUTA IN ITALIA
La Povertà Relativa in Italia

La stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone relativamente povere sul totale delle famiglie e persone residenti) e calcolata sulla base di una soglia convenzionale (linea di povertà) che individua il valore di spesa per consumi al di sotto del quale una famiglia e definita povera in termini relativi. La soglia di povertà per una famiglia di due componenti e rappresentata dalla spesa media mensile per persona (ad esempio: nel 2004 e risultata pari a 996,86 euro (+1,1% rispetto alla linea del 2003). Le famiglie composte da due persone che hanno una spesa media mensile pari o inferiore a tale valore sono quindi classificate come relativamente povere. Per famiglie di ampiezza diversa il valore della linea si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.
La soglia di povertà relativa e calcolata sulla base della spesa familiare rilevata dall’indagine annuale sui consumi, condotta su un campione di circa 28 mila famiglie, estratte casualmente in modo da rappresentare il totale della famiglie residenti in Italia.


Anno = Periodo di tempo esaminato
Soglia PR € = Soglia di Povertà Relativa euro = E’ classificata in stato di «povertà relativa» quella famiglia di due componenti che sostiene una spesa media mensile pari o inferiore alla soglia indicata; per famiglie di diversa ampiezza il valore della linea di povertà si ottiene applicando una opportuna scala di equivalenza che tiene conto delle economie di scala realizzabili all’aumentare del numero di componenti.
Famiglie = Numero di nuclei familiari, residenti sul territorio italiano durante l’anno, classificati in stato di «povertà relativa»
F% = Percentuale delle Famiglie classificate in stato di «povertà relativa» rispetto al totale delle famiglie residenti Persone = Totale delle Persone classificate in stato di «povertà relativa» rispetto al totale delle persone residenti
P% = Percentuale delle Persone classificate in stato di «povertà relativa» rispetto al totale delle persone residenti
Nucleo = P / F; media dei componenti del nucleo familiare
Anno prec. = Differenza percentuale +/– di P% rispetto all’anno precedente


Andamento della Povertà Relativa in Italia



Nell’arco temporale in esame (2003-2017) si e passati dai 5.774.000 poveri relativi del 2003 ai 9.368.000 del 2017, con un incremento del 62,25% pari a 3.594.000 nuovi poveri relativi. Nel 2004 l’incidenza della povertà relativa supera i 6 milioni, segnando un punto di non ritorno. Si mantiene entro i 7 milioni, con oscillazioni millesimali, fino al 2012, anno in cui supera i 7 milioni, con un incremento del 1,6% pari a 1.032.000 nuovi poveri relativi. Si tratta del maggior aumento percentuale di tutto il quindicennio. Il successivo quinquennio (2013-2017) si distingue per il costante incremento, fino a superare abbondantemente i 9 milioni di poveri relativi nel 2017.
Il peggior andamento si riscontra nell’arco temporale 2012-2017, con 2.716.000 nuovi poveri relativi, un aumento del 40,83% rispetto al totale numerico e del 3,9% rispetto al 2011. Si tratta dei 2/3 dell’intero incremento percentuale (40,83% del 62,25% totale) e dei 3/4 dell’intero incremento numerico (2.716.000 di 3.594.000 totali).


Andamento della Povertà Relativa rispetto ai governi in Italia

Piove, governo ladro! Ma qui non ci piove. Per niente. Esaminando la striscia temporale posizionata sotto il grafico, appare subito evidente che il periodo 2012-2017 insiste nei tre esecutivi targati Centro Sinistra, ovvero durante i governi Letta, Renzi e Gentiloni, con una imputazione alla parte finale del governo Monti.
E precisamente:

  • governo Monti: imputabile 2012 > 263.000 famiglie; 1.032.000 persone; 12,8%; +1,6%

  • governo Letta: imputabile 2013 > -78.000 famiglie; 138.000 persone; 13,0%; +0,2%

  • governo Renzi: imp.2014-2015-2016 > 89.000 famiglie; 643.000 persone; 14,0%; +1,0%

  • governo Gentiloni: imput.2017 > 437.000 famiglie; 903.000 persone; 15,1%; +1,1%

E se, come dicono i dati, il quadriennio 2014-2017 ha fatto registrare un aumento percentuale del PIL pari al 3,8%, a ciò non e corrisposta una equa distribuzione della ricchezza prodotta.

La Povertà Assoluta in Italia

In base ad una nuova metodologia di stima, definita da una Commissione di studio, nel 2007 l’Istat ha ripreso la pubblicazione dei dati sulla povertà assoluta. La stima dell’incidenza della povertà assoluta (percentuale di famiglie e di persone povere sul rispettivo totale delle famiglie e delle persone residenti in Italia) viene calcolata sulla base di una soglia di povertà che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere, nel caso specifico, rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
La soglia di povertà assoluta varia, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Di conseguenza, le soglie di povertà assoluta non vengono definite solo rispetto all’ampiezza familiare (cosi come viene fatto per la povertà relativa), ma sono calcolate per ogni singolo tipo di famiglia, in relazione alla zona di residenza, al numero e all’età dei componenti. Le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia sono classificate come assolutamente povere.

La spesa familiare considerata e quella rilevata dall’indagine sui consumi, ogni anno condotta su un campione stratificato di circa 28 mila famiglie, estratte casualmente in modo da rappresentare il totale della famiglie residenti in Italia.


Anno = Periodo di tempo esaminato
Soglia PA € = Soglia di Povertà Assoluta euro = E’ classificata in stato di «povertà assoluta» quella famiglia di due componenti che sostiene una spesa media mensile pari o inferiore alla soglia indicata (sono considerate essenziali le caratteristiche della famiglia: dimensione, composizione per età, ripartizione geografica, ampiezza demografica del comune di residenza). La soglia di povertà assoluta corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Tale paniere, nel caso specifico, rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile; il valore minore si riferisce a «Piccoli comuni» del Sud-Italia, quello maggiore a «Area metropolitana» del Nord-Italia, fascia di età «18-59» .
Famiglie = Numero di nuclei familiari, residenti sul territorio italiano durante l’anno, classificati in stato di «povertà assoluta»
F% = Percentuale delle Famiglie classificate in stato di «povertà assoluta» rispetto al totale delle famiglie residenti
Persone = Totale delle Persone classificate in stato di «povertà assoluta» rispetto al totale delle persone residenti
P% = Percentuale delle Persone classificate in stato di «povertà assoluta» rispetto al totale delle persone residenti
Nucleo = P / F; media dei componenti del nucleo familiare
Anno prec. = Differenza percentuale +/– di P% rispetto all’anno precedente

Andamento della Povertà Assoluta in Italia



Peggiore rispetto alla povertà relativa è il quadro della povertà assoluta.

Nell’arco temporale in esame (2005-2017) si e andati da 1.911.000 poveri assoluti del 2005 ai 5.058.000 del 2017, con incremento del 164,68% paria 3.147.000 nuovi poveri assoluti. Nel 2008 l’incidenza della povertà assoluta supera i 2 milioni, segnando un punto di non ritorno. Si mantiene entro i 3 milioni, con oscillazioni millesimali, fino al 2012, anno in cui supera il baluardo, con un incremento del 1,5% pari a 900.000 nuovi poveri assoluti. Si tratta del maggior aumento percentuale di tutto il tredicennio. Il successivo quinquennio (2013-2017) si distingue per il costante incremento, fino a superare i 5 milioni di poveri assoluti nel 2017.
Il peggior andamento si riscontra nell’arco temporale 2012-2017, con 2.406.000 nuovi poveri assoluti, un aumento del 90,72% rispetto al totale numerico e del 4,0% rispetto al 2011. Si tratta dei 3/5 dell’intero incremento percentuale (90,72% del 164,68% totale) e dei 3/4 dell’intero incremento numerico (2.406.000 di 3.147.000 totali).

Andamento della Povertà Assoluta rispetto ai governi in Italia

E’ ormai assodato: gli ultimi quattro esecutivi hanno prodotto piu poverta di ogni altro prima. Esaminando la striscia temporale posizionata sotto il grafico, appare subito evidente che il periodo 2012-2017 insiste nei tre esecutivi targati Centro Sinistra, ovvero durante i governi Letta, Renzi e Gentiloni, con una imputazione alla parte finale del governo Monti.
E precisamente:

  • governo Monti: imputabile 2012 > 317.000 famiglie; 900.000 persone; 5,9%; +1,5%

  • governo Letta: imputabile 2013 > 216.000 famiglie; 868.000 persone; 7,3%; +1,4%

  • governo Renzi: imp.2014-2015-2016 > 149.000 famiglie; 322.000 persone; 7,9%; +0,6%

  • governo Gentiloni: imput.2017 > 159.000 famiglie; 316.000 persone; 8,4%; +0,5%


CONCLUSIONE

A differenza di come recita l’art. 1, comma 1, della Costituzione L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sui lavoretti.
Questa e la conclusione essenziale a cui si giunge dopo aver esaminato una qualsiasi indagine riguardante la situazione economica degli italiani. Perchè, diciamocelo senza ipocrisie, una buona percentuale di poveri assoluti non e disoccupata, ma ha un lavoro, anzi un
lavoretto.
Ben tre esecutivi fra i più longevi hanno governato nel periodo in esame: verrebbe da dire che abbiano governato bene, altrimenti sarebbero stati sfiduciati. Difficile concludere che sia andata proprio cosi. Ben prima delle statistiche, a liquidare sia i governanti sia i parlamentari di queste tre legislature, hanno provveduto gli elettori, ai loro occhi resisi colpevoli di palese malgoverno.
Si e parlato spesso di
voto di protesta: ma cosa significa in realtà?
Forse che gli elettori votano non i partiti con i programmi migliori ma altri partiti per non votare quelli che hanno governato. Cosa c’è di più raccapricciante degli errori di logica? I doppi errori di logica. Secondo coloro che hanno coniato questa locuzione, dopo aver subito dei governanti inetti, ci si dovrebbe astenere pure dal protestare! E cosa si dovrebbe fare? Votarli ancora per
partito preso. Non funziona più cosi. L’elettore non e più il tifoso di un partito, se viene preso per i fondelli cambia voto. Cosi esprime il suo consenso o il suo dissenso. Ovvero, protesta; non nelle manifestazioni ma nelle cabine elettorali.
Io ho un debito di riconoscenza, un grande debito che non riuscirò mai a saldare, con coloro che mi hanno permesso di esprimere il mio voto in una democrazia. Ne sono cosciente, ed onoro questo debito recandomi alle urne ad ogni consultazione elettorale:
mai fallita una da quando ne ho diritto. Credo che tutti gli italiani dovrebbero, almeno in cuor loro, riconoscere ed onorare questo debito. Eppure, non e cosi: la politica li ha delusi a tal punto che disertano le consultazioni elettorali. Questa è già una conclusione.
La vera conclusione, chiaramente, e quella raggiunta ricorrendo ai numeri: nel periodo in esame (2003/2005-2017) tutti i valori hanno seguito dinamiche peggiorative.
E’ aumentata la disuguaglianza economica, è aumentata la concentrazione della ricchezza, è aumentata la povertà relativa, è aumentata la povertà assoluta: quattro indici che non lasciano dubbi su come è stata governata l’Italia. Che a livello economico si traduce in cattiva se non deleteria amministrazione
.
Qualcuno potrebbe essere tentato di introdurre la solita e cara argomentazione di chi, di fronte al proprio fallimento, tenta di addebitare ad altri la sua inadeguatezza: è colpa della crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti nel 2006.
Facile, ma del tutto fuorviante
…se questa deve essere la causa, che lo sia per ogni Nazione.
Qualcun altro tenterà ancora di nascondersi dietro al fatto di essere l’erede di politiche precedenti, di leggi di altri, di pasticci dei governi anteriori. Sia pure. Però, le leggi possono essere cambiate e questo non è stato fatto, oppure, se è stato fatto, ha peggiorato le cose o non le ha migliorate.
Esaminiamo, ad esempio, uno dei provvedimenti più criticati del governo Renzi.
A giugno del 2014 entrò in vigore il famigerato
bonus, sotto forma di detrazione fiscale. All’epoca il governo lo giustificò affermando di voler invertire l’andamento declinante dell’economia italiana al fine di aumentare il consumo delle famiglie.
Secondo le stime del governo, il provvedimento avrebbe avuto un costo di 5,9 miliardi, equivalenti allo 0,5% della ricchezza disponibile delle famiglie e allo 0,4% del Pil.

Il bonus fu concesso ai contribuenti compresi nella fascia di reddito fra gli 8.145 e i 26.000 euro lordi (in realtà le soglie sono diverse per ogni anno), risultando un bonus medio di circa 80 euro per chi guadagnava da 8.145 euro e fino a 24.000 euro, per decrescere fino ai 26.000 e quindi azzerarsi superata questa soglia.
Ora, essendo previsto quale detrazione fiscale, è chiaro che interessa soltanto coloro che già percepiscono un reddito. Di rimando, e chiaro che non aiuta quella fascia più debole della popolazione che non percepisce alcun reddito. Oltre tutto, le soglie 8.000 e 26.000 nascondono una trappola
.
In realtà chi supera di poco la soglia di 8.145 e fino a 12.000 euro percepisce soltanto una parte del bonus; come d’altronde accade anche per la fascia 24.000-26.000 euro, tanto che in sede di dichiarazione dei redditi si acclarano numerosissimi correttivi, che vanno dalla restituzione parziale e progressivamente fino al totale rimborso del bonus
.
Quanto e costato questo provvedimento? Approssimativamente nove miliardi di euro l’anno: in media ha riguardato 11,2 milioni di contribuenti, che hanno percepito 800 euro; 1,73 milioni di contribuenti ha dovuto restituire totalmente o in parte il bonus; in dettaglio, circa 966 mila contribuenti hanno dovuto restituire integralmente il bonus in sede di dichiarazione, mentre 765.000 hanno dovuto restituire solo in parte il bonus ricevuto.
In totale, dunque, da giugno 2014 a giugno 2018, è costato almeno trentasei miliardi di euro e nessuno, e nemmeno uno degli oligarchi della UE, ha gridato che il governo Renzi era intenzionato a far crollare l’Italia e la UE.

Come uscirne?
Le cause che producono ulteriore divario tra ricchi e poveri sono molteplici, ma è il capitale umano l’elemento centrale da cui ripartire
.
In questi ultimi quindici anni il nostro Paese ha investito poco o nulla in ricerca, istruzione e formazione, inceppando cosi l’ascensore sociale.
Non a caso l’Italia è penultima nella UE per numero di laureati (solo il 26,2%), dove fa peggio solo la Romania.
Si pensi a quei corsi di laurea scientifici che in Italia non trovano sbocchi adeguati di lavoro e di salario, nel nostro Paese, nonostante i proclami pre-elettorali, c’è poco sostegno alla ricerca, si perdono tanti talenti (dopo aver investito dai 150 ai 250 mila euro per ogni laureato), che se ne vanno all’estero
; di attrarne neanche se ne parla.

Per ridurre le disuguaglianze si deve ripartire dal capitale umano.


Fonti e bibliografia
World Inequality Report 2018, World Inequality Lab, Paris School of Economics, Paris Buffett Institute for Global Studies, Gini coefficient map, Northwestern University, Evanston, IL

Indagine sui bilanci delle famiglie italiane / 2016, Banca d’Italia, Statistiche, 2018

Rapporto sulla disuguaglianza economica in Italia (2017), Oxfam Italia (Oxford committee for Famine Relief), 2018
I dati sulla povertà elaborati e diffusi da ISTAT https://www.istat.it/it/archivio
OPZIONI:
TIPO DOCUMENTO: comunicato stampa
ARGOMENTO: condizioni economiche famiglie
TAG: povertà
Ogni comunicato stampa contiene il link per accedere al documento integrale

Oppure https://www.istat.it/it/archivio/povert%C3%A0+relativa+e+assoluta?page=2
2017 https://www.istat.it/it/archivio/217650
2016 https://www.istat.it/it/archivio/202338
2015 https://www.istat.it/it/archivio/189188
2014 https://www.istat.it/it/archivio/164869
2013 https://www.istat.it/it/archivio/128371
2012 https://www.istat.it/it/archivio/95778
2011 https://www.istat.it/it/archivio/66983
2010 https://www.istat.it/it/archivio/33524
2009 https://www.istat.it/it/archivio/1189
2008 https://www.istat.it/it/archivio/13937
2007 https://www.istat.it/it/archivio/1933
2006 https://www.istat.it/it/archivio/17355
2005 https://www.istat.it/it/archivio/17346
2004 https://www.istat.it/it/archivio/17312

2003 https://www.istat.it/it/archivio/17301

Disuguaglianza economica e povertà in Italia _ 2018, ottobre _ a cura di Luca Magrini.

 
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